006 agosto 2026
Tornavo da quello che, con una certa generosità, avevo chiamato "assaggio di vacanza".
Guidavo, e per la prima volta dopo anni non stavo ascoltando qualche canzone a caso finita lì per algoritmo: stavo ascoltando lui, di fila, come si fa con i dischi quando i dischi erano l'unità di misura. E stavo dicendo a voce alta — perché a voce alta si dicono le cose che non si vogliono ammettere in silenzio — quanto ancora mi ricordassi i testi. Tutti. Parola per parola, dopo anni di disuso, come certe formule di cristallografia che credi di aver dimenticato e invece ti risalgono su dal midollo.
Poi la notizia. Francesco Guccini è morto a Pavana, sull'Appennino, a ottantasei anni. Funerali in forma privata, come è giusto che sia per uno che aveva passato l'ultima parte della vita a togliersi di torno dal rumore.
Non credo alle coincidenze significative. Faccio un mestiere in cui le coincidenze si chiamano rumore di fondo e si trattano con la statistica. Però quella lì me la tengo.
01Montichiari, prima superiore
Il mio primo concerto in assoluto. Non un concerto qualsiasi: il primo, quello che stabilisce cosa sia un concerto per tutto il resto della tua vita. Ci andai con il mio amico Cisco e suo padre — perché a quattordici anni per andare ai concerti serve un adulto con la patente e la pazienza, e il padre di un amico, prof di filosofia al liceo, anche lui fun di Guccini, è la figura mitologica che rende possibile l'adolescenza.
Ci ero arrivato preparato come si arriva a un esame. Avevo ascoltato tutto: gli album in ordine, quelli belli e quelli meno, i live, le versioni alternative. Mi ero costruito una cattedrale.
Poi le luci si abbassano ed esce un signore con la barba e una chitarra.
Non c'era niente. Nessun effetto scenico, nessuna macchina del fumo, nessuna coreografia. Un uomo grosso, padano, con l'aria di uno che potrebbe benissimo essere tuo zio, che si siede e comincia a parlare tra una canzone e l'altra più di quanto canti. E dalla gradinata, quattordicenne, capisci una cosa che poi ti serve per sempre: che la sostanza non ha bisogno di scenografia. Che se hai qualcosa da dire, basta dirla.
02Il tre su dieci
© RCA Italiana
Al liceo diedero un tema sui valori del mondo contemporaneo. Io — con l'incoscienza tipica di chi ha appena scoperto qualcosa e crede di averlo scoperto per primo nella storia dell'umanità — citai e difesi Dio è morto.
Se non la conoscete: è del 1965, Guccini la scrive a venticinque anni, ed è una delle canzoni più fraintese della musica italiana. Non è un manifesto ateo. È il ritratto di una generazione che si guarda intorno e vede crollare tutto — la morale borghese, le certezze dei padri, la retorica del dopoguerra — e prova a capire cosa si costruisce sulle macerie.
Dio è morto
Folk Beat n.1 1967 1965
Censurata dalla RAI, trasmessa da Radio Vaticana. Il malinteso è la sua biografia.
Il titolo è nietzschiano, il contenuto è quasi un atto di fede laica: dalle macerie qualcosa risorge. Chi l'aveva capita e chi no risulta abbastanza chiaro da quel dettaglio.
Presi tre su dieci.
La professoressa era di Comunione e Liberazione. Non lo dico per polemica postuma — lo dico perché è la dimostrazione empirica più elegante che io abbia mai ricevuto della tesi contenuta nel testo che stavo difendendo. Un esperimento di controllo perfetto: canzone che denuncia il conformismo dei valori ereditati punita da chi quei valori li amministra. Riproducibile, peer-reviewed dall'intera classe.
03Via Paolo Fabbri 43
© EMI Italiana
L'avvelenata sta su un disco che si chiama come un indirizzo. Ed è un indirizzo vero — era casa sua, a Bologna, un appartamento reale in una strada reale, dove per anni bussarono studenti, fan, ubriachi, gente che voleva conoscerlo. E lui, spesso, apriva.
Provate a pensare a un artista contemporaneo che intitoli un disco col proprio indirizzo di casa. Non riesco a farlo nemmeno io, e ho una discreta immaginazione.
C'è qualcosa di profondamente non-mitologico in quel gesto, che è poi la ragione per cui Guccini ha funzionato su tre generazioni diverse: non si è mai messo su un piedistallo, si è messo su un citofono.
Al tre su dieci, del resto, lui aveva già risposto. Nel 1976 aveva inciso L'avvelenata, che non è una canzone politica ma è forse la sua canzone più libera: una bestemmia in musica contro i critici, contro il pubblico che voleva incasellarlo, contro chi lo accusava di essersi venduto e contro chi lo voleva puro. Una dichiarazione di indipendenza dalle aspettative di tutti, comprese le sue.
L'avvelenata
Via Paolo Fabbri 43 1976
A quattordici anni pensi che serva a insultare i nemici. A trentadue capisci che serve a proteggersi dagli amici.
04Bologna, il giuramento
© EMI Italiana
Lo rividi a Bologna, sempre al liceo. E lì, con l'amico di sempre, giurammo che avremmo studiato in quella città. Era un giuramento serio nel modo in cui sono seri i giuramenti a diciassette anni: totalmente, e per circa due anni.
Bologna, nella mitologia gucciniana, non è una città: è un carattere. Un posto che ti accoglie e ti frega allo stesso tempo, raccontato da uno che quella famiglia la conosce troppo bene per idealizzarla.
Bologna
Metropolis 1981
Non è un inno turistico. È un ritratto di famiglia.
Poi andammo a Padova.
Che è la città della scienza — Galileo, il teatro anatomico, l'orto botanico più vecchio del mondo, ottocento anni di gente che ha deciso di guardare le cose invece di crederci. Non me ne sono mai pentito. Ma il giuramento rotto è rimasto lì, come una faglia sepolta che ogni tanto si riattiva.
Guccini ha scritto la canzone definitiva su questo, e si chiama Incontro. È il pezzo in cui rivede per caso una ragazza che aveva amato, ormai sposata, sistemata, con una vita che non assomiglia per niente a quello che si erano immaginati insieme. Non c'è rimpianto sentimentale: c'è la constatazione fredda e dolcissima che la vita che fai non è quasi mai la vita che avevi progettato, e che il progetto non era sbagliato — era solo un progetto.
Incontro
Radici 1972
A diciassette anni ti sembra una canzone d'amore. A trentadue capisci che è una canzone sul curriculum, più o meno...
05Il concerto per l'Emilia
© RCA Italiana
Quarto anno. Terremoto in Emilia, maggio 2012. Campanili spezzati a metà, capannoni giù, morti al lavoro. E un concerto per raccogliere fondi, dove andammo come si va a queste cose a diciotto anni: per la musica, e ci si trova dentro qualcos'altro.
Non lo sapevo ancora, ma quel terremoto era già la mia materia. Il magnitudo, la profondità dell'ipocentro, la liquefazione dei terreni della pianura, la muratura storica che cede perché nessuno l'aveva mai calcolata per quelle accelerazioni.
Tre anni dopo avrei iniziato a occuparmi di materiali da costruzione, di calci, di malte, di come si tiene in piedi un muro. Il primo pezzo di quella storia l'ho ascoltato in piedi, in un prato, mentre qualcuno cantava.
In quei concerti lì, prima o poi, arriva La locomotiva. È il pezzo che tutti gli chiedevano e che lui, per tutta la vita, ha suonato con una certa insofferenza: la storia dell'anarchico che lancia una locomotiva contro il treno dei signori, un episodio d'inizio Novecento riscritto in chiave epica. È diventata un inno da corteo, cantata a memoria da centomila persone alla volta. E lui ne diffidava esattamente per quello: perché una canzone che nasce come racconto di un gesto disperato e ambiguo era diventata uno slogan da alzata di pugno.
La locomotiva
Radici 1972
C'è una lezione professionale anche lì, per uno che scrive articoli: non controlli mai come verrà citato quello che hai scritto.
06Granada, la calcite, i dieci anni di una canzone
altre sciocchezze · 1996
© EMI Italiana
Poi il dottorato. Marie Curie, Granada, il progetto SUBLime: materiali a base di calce autopulenti, approcci biomimetici, transizioni amorfo-cristallino, superfici. Tradotto: passare quattro anni a guardare come nasce e come muore un cristallo di carbonato di calcio, e a convincersi che sia la cosa più interessante del mondo. Cosa di cui, va detto, sono ancora convinto.
Vivere all'estero fa una cosa precisa: ti rende straniero due volte, là e poi a casa.
Ed è qui che arriva la canzone. Vorrei è la mia preferita di Guccini, e per anni non sono riuscito a spiegarmi bene perché. È una canzone d'amore, dedicata a sua moglie, ma non è una canzone di corteggiamento: è una canzone di conoscenza. Chi canta non chiede di essere amato — chiede di conoscere. Vuole sapere da dove viene l'altra persona, che aria si respira nel suo paese, come la salutano i vecchi, che odore hanno le erbe dell'orto. Vuole i muri, le soglie, le pietre, le erbacce che crescono negli interstizi, le tracce lasciate dalle lumache. Cose minime. Cose che nessuno guarda.
Vorrei
D'amore di morte e di altre sciocchezze 1996 ≈ 10 anni
Dieci anni per scriverla, lui che di solito chiudeva un pezzo in una notte. Dieci anni per una canzone che sembra un elenco di dettagli irrilevanti.
Io faccio, fin quando me lo permetteranno, un lavoro, che consiste esattamente in questo: guardare cose minime che nessuno guarda, e passarci anni. Un cristallo di calcite di trenta micron. Una patina di ossalato su un marmo. La parietaria che cresce su un muro è biodeterioramento, tecnicamente. Ma è anche, se sei disposto a guardarla, la prova che qualcosa vive dentro la pietra.
E poi c'è il resto di quel disco, che nel 1996 conteneva anche Cirano e Quattro stracci. Cirano è il Cyrano di Rostand preso e fatto proprio: l'uomo che ha lo spirito, la lingua, il coraggio, e proprio per questo resta fuori — perché il mondo premia altro. Quattro stracci, invece, è amara e asciutta, e parla di chi ha perso: la povertà, la dignità tenuta insieme con niente, le vite di scarto che nessuno canta.
Cirano · Quattro stracci
D'amore di morte e di altre sciocchezze 1996
La prima è la canzone di chi ha scelto di essere bravo in qualcosa di poco spendibile. La seconda l'ho ascoltata a sedici anni pensando che parlasse di altri.
07Padova, la Luna, i mulini a vento
© BMG Ricordi
Adesso sono a Padova, al CISAS, dentro il progetto Space It Up finanziato da ASI e MUR. Caratterizzo analoghi terrestri e simulanti di regolite lunare. In pratica: cerco di capire con che roba si costruirà una casa sulla Luna, e siccome sulla Luna per ora non ci andiamo a fare la spesa, si parte da quello che abbiamo — per esempio i depositi vulcanici dell'Etna.
Se lo racconti a cena, la gente ride. Se lo racconti a un bando, spesso ride anche quello.
Nel 2000, su Stagioni, Guccini incide Don Chisciotte: un dialogo tra il cavaliere e Sancho Panza, tra chi vede giganti e chi vede mulini a vento. La cosa geniale è che la canzone non dà ragione a nessuno dei due. Sancho ha ragione: sono mulini. Don Chisciotte ha ragione: se nessuno vede giganti, nessuno combatte mai niente.
Don Chisciotte
Stagioni 2000 duetto
Non dà ragione a nessuno dei due. È esattamente questo il punto.
Io cerco di costruire strutture su un satellite dove non abita nessuno. Coltivo, letteralmente, il culto della calcite. Sono abbastanza consapevole di quale dei due personaggi sto interpretando, e sono abbastanza sereno al riguardo.
08Autogrill
© EMI Italiana
Sei canzoni sole, su quel disco del 1983. Una di esse si intitola come il posto meno poetico d'Italia, e riesce a essere una delle cose più malinconiche che abbia scritto.
Nessuno si aspetta che l'epica stia in una sosta in autostrada. È esattamente lì che la mette.
Nel 1983 Guccini scrive Autogrill, che è una delle sue canzoni più sottovalutate: una sosta in autostrada, una cassiera, un panino, e da lì una riflessione su tutto — sul tempo che passa, sulle vite degli altri che scorrono accanto alla tua per tre minuti e poi spariscono, su cosa stai facendo lì.
Autogrill
Guccini 1983
La canzone della mezza età che si accorge di essere in transito.
Io ho trentadue anni e sono in un autogrill professionale. Il contratto scade. Il bando importante — quello che mi avrebbe permesso di restare in università — è andato male, e la notizia è arrivata in questi giorni, giusto per completare la settimana.
E qui la parte antipatica, quella che di solito nei blog dei ricercatori non si scrive perché fa brutta figura: non è solo colpa mia. L'università non aumenta i finanziamenti, e nel frattempo, con la nuova normativa, un dipendente costa il doppio di prima. La matematica di questa cosa non richiede un dottorato: a parità di fondi, con costi raddoppiati, i posti si dimezzano. Non è una selezione dei migliori, è una divisione. Il mio nome è finito dalla parte sbagliata di un'operazione aritmetica decisa altrove.
Quindi adesso si cerca. E "si cerca", a questo livello, in questo Paese, in questo settore, significa quasi sempre una parola sola: emigrare, purtroppo. E io, che non sono mai stato un tipo da emigrazione per quanto son bravo ad adattarmi. Io che dopo il dotorato pensavo che la mia vita sarebbe stata qui, in Italia, a fare ricerca in Italia, mi ritrovo a dover considerare l'idea di andare a fare ricerca in un altro Paese, ancora una volta. Non perché io sia un ricercatore scarso, ma perché il sistema in cui lavoro non è più in grado di sostenermi.
09Eskimo
© EMI Italiana
C'è una canzone del 1978 che si chiama Eskimo, dal nome del parka verde che era la divisa del movimento studentesco. È il bilancio di una generazione che aveva creduto di cambiare il mondo e si ritrova, dieci anni dopo, a fare i conti con le cose come sono.
Non è una canzone cinica: è una canzone onesta.
Eskimo
Amerigo 1978
Gli ideali non si tradiscono con un gesto plateale: si consumano per attrito, lentamente, mentre uno cerca di campare.
Poche settimane fa dicevo a qualcuno che dentro di me c'è ancora quel ragazzo lì — il gucciniano — ma che crescendo ti adatti: pensi al lavoro, a realizzarti, ad andare avanti, e smetti di goderti quello che hai.
La cosa curiosa, che sto imparando in questi giorni, è che il gucciniano non si sveglia quando le cose vanno bene. Si sveglia quando la stabilità vacilla. Finché il contratto regge, il ragazzo del 2008 dorme tranquillo in gradinata. Appena la struttura scricchiola, si alza in piedi e comincia a fare domande scomode: ma sei sicuro che il posto fosse lo scopo? ma quando è che hai smesso di guardare le pietre per il gusto di guardarle?
E dall'altra parte, i miei nonni. Perché la fuga dei cervelli è un'espressione elegante per una cosa che in Italia sappiamo fare da un secolo e mezzo, solo che una volta si partiva con la valigia di cartone e adesso si parte con l'ORCID.
Amerigo
Amerigo 1978
Il prozio partito per l'America, il ritorno, la vita spezzata in due continenti. Cambia il bagaglio, non cambia il verbo.
10Pavana
Guccini, alla fine, ha fatto una cosa che non fanno quasi mai gli artisti: si è fermato. L'ultima Thule nel 2012, annunciato come il suo ultimo disco di inediti, poi basta tour, poi la casa a Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano — cioè il posto dove era stato sfollato da bambino durante la guerra, il paese dei nonni paterni, il mulino, la montagna, il dialetto che poi si è messo a studiare da lessicografo perché non gli bastava averlo parlato.
È tornato alla pietra da cui era venuto. Cosa che, professionalmente, trovo di un'eleganza notevole.
Ieri, mentre tornavo in macchina, stavo ascoltando le sue canzoni per la prima volta dopo anni. Non lo sapevo, ma era il giorno giusto.
Ho trentadue anni, un contratto che scade, un bando perso, una valigia non ancora fatta e un mestiere che consiste nel guardare cose piccolissime finché non rivelano qualcosa. Non so dove sarò tra sei mesi. So che a quattordici anni, in una gradinata a Montichiari, un signore con la barba e una chitarra mi ha insegnato che non serve la scenografia, che il dubbio vale più della certezza, che vale la pena prendere tre su dieci pur di non scrivere quello che si vuole sentire, e che se ami qualcosa — una persona, una montagna, un cristallo — devi volerne conoscere anche i muri, le soglie e le erbacce.
Il resto sono dettagli logistici.
Grazie, Maestro
Il vicinato, stanotte, dovrà sopportare la mia musica a volume alto. Non è una minaccia: è un ringraziamento. Ho l'impressione che stavolta capiranno.
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